Hume : il viaggio della conoscenza
La discussione che vorrei proporre riguardo a Hume svilupperà tre punti fondamentali.
I Problema dell'intuizione (cioè comprendere come, secondo Hume l'uomo utilizzi l’ esperienza passata proiettandola nel futuro).
II L'opinione di Hume sulle varie scienze.
III Stile filosofico di Hume (cioè comprendere se sia uno scettico oppure no).
I: Problema dell'intuizione.
Prima di tutto si devono fissare alcuni concetti fondamentali della filosofia humeana.
La riflessione di Hume si concentra principalmente sulla coscienza. Hume la definisce preferibilmente l'immaginazione" o "mente" e sostiene che in essa sono presenti due elementi fondamentali: impressioni ed idee. Le prime sono intese dal filosofo come qualcosa di originario e primario. Esse sono concepite quasi sempre come immagini visive, ma possono essere intese anche come emozioni (quali ira, amore, fame o sete). Sono decisamente più vivaci delle idee e danno sensazione di realtà. L'uomo è legato e passivo nei confronti di tali impressioni: l'impulso per crearle può provenire solo dall'esterno. Le idee invece, sono qualcosa che viene dopo, sono semplicemente delle copie dell'impressione e l'uomo è libero di comporle e scomporle come preferisce. Riguardo alla vivacità di queste idee Hume non presenta una distinzione netta, ma parla di idee di memoria e di idee di immaginazione. Le idee di memoria appaiono ovviamente più vivaci in quanto generate dalle impressioni alle quali si avvicinano moltissimo; proprio per questa somiglianza l'uomo è passivo nei confronti di questo tipo di idee le quali si creano solo in seguito ad uno stimolo esterno proprio come le impressioni. Le Idee di immaginazione (immaginazione intesa come qualcosa di molto simile alla fantasia) sono molto meno vivaci in quanto rappresentano un confuso pensiero generato dalla mente umana. In sostanza la distinzione che sta alla base della filosofia humeana, cioè quella tra impressioni ed idee, non è così netta e soprattutto può crollare abbastanza facilmente in quanto Hume non può fare a meno di riferirsi sempre ad una realtà esterna che in teoria nello studio dell'uomo potrebbe anche passare in secondo piano.
Proprio per questo c’è da dire che le teorie humeane siano intrise di un certo realismo, ma che ci siano anche molti concetti accostabili all'empirismo. Primo fra tutti quello che dice: non c'è un'idea se non c'è un impressione, se non è possibile mostrare l'impressione da cui deriva un'idea si hanno in testa solo mere parole.
Successivamente è necessario precisare che per Hume l'uomo ha idee di realtà solo singole e concrete. Ad esempio secondo lui, l'uomo non ha un'idea di mano in generale ma nella sua mente si trova un grande numero di mani particolari. Di generale nella mente ci sono solo i nomi, i quali mettono l'uomo nella condizione di aprire una specie di scomparto nel quale si trovano tutte le idee particolari associabili ai nomi stessi.
Questo avviene attraverso l'associazione , un meccanismo con il quale l'idea singola richiama tutte le idee somiglianti. Esse si associano per somiglianza , continuità spaziale o temporale, causa ed effetto. Tra esse esiste un'attrazione simile a quella di cui parla Newton, sebbene in un ambito differente, quello della fisica.
È curioso notare che questo filosofo ha un comportamento abbastanza particolare nei confronti della storia della filosofia, caratterizzato da una certa disposizione alla comprensione e da un profondo interesse per le diversità. Egli infatti, compiendo un accurato esame critico della filosofia antica (fino a Cartesio), utilizza quest'ultima soprattutto come strumento di comprensione della natura umana e solo in un secondo momento osserva gli errori dei filosofi precedenti.
E' importante dire poi che, secondo Hume, l'uomo è chiuso nella coscienza e che in essa, che viene definita anche universo dell'immaginazione, si disegna il sistema della realtà, quest'ultima è costituita da percezioni di un certo tipo; quella passata dalle idee della memoria, che, come abbiamo già detto, si avvicinano molto alle impressioni e che vengono avvertite come vere. La realtà presente invece è costituita dalle impressioni presenti, delle quali non si può dubitare; tutto ciò che si vede o si tocca c'è, anche se non si ha la certezza che continui ad esistere se non si tocca o non si vede.
All’immaginazione Hume contrappone la credenza , la quale secondo il filosofo è un meccanismo inconscio, un istinto naturale, che investe una <<idea>> , avvicinandola all’intensità che originariamente è propria delle <<impressioni>> e che distingue queste dalle idee come l’originale dalla copia. Ma è nell’analisi della causalità che Hume fa intervenire la credenza con un valore determinante; la ripetuta esperienza di successione di eventi uniformemente verificatisi nel passato ci induce a pensare, in presenza di un determinato evento, che si produrrà anche l’evento seguito a esso nel passato: l’idea di quest’evento che attendiamo si presenta così viva da farci <<credere>> che esso si produrrà.
Tale problema viene descritto e argomentato dal filosofo nella sua opera "Trattato sulla natura umana" composta tra il 1739 e il 1740 (fu un'opera che non ebbe molto successo, nonostante tutti i tentativi di Hume di renderla nota). In sostanza la questione trattata è lo stabilire come sia possibile trasferire quella sensazione di realtà che si ha nei confronti delle cose che si sono direttamente percepite a quelle di cui non si è ancora fatto esperienza.
Lo scenario della trattazione è il seguente: Adamo assiste per la prima volta ad una partita di bocce. Viene scelto proprio Adamo in quanto nasce già uomo fatto e quindi con una ragione perfettamente sviluppata, ma essendo il primo uomo non ha alcuna esperienza. E' proprio il genere di individuo che serve a Hume per argomentare il suo discorso, in quanto, secondo lui, egli osserva le due bocce mentre si stanno urtando, ma non pensa né prevede nulla riguardo al destino delle due bocce; la ragione non gli può suggerire nulla di certo. Egli può solo immaginare varie cose; ad esempio che la boccia si trasformi in pera quando si scontra con l'altra e, per quanto queste situazioni a noi paiano assurde, la sua ragione non gli può impedire di pensarle.
Perché questo?
Hume risponde spiegando che la ragione è confronto tra idee; essa ha il compito di trovare somiglianze e differenze tra queste; è un'attività in cui emerge l'impossibile, inteso come assurdo e contraddittorio. Ad esempio, è impossibile, pensare che siano vere entrambe queste proposizioni "A è B" e "A è non B"; invece non è impossibile pensare che la boccia si trasformi in pera, in quanto non appare logicamente contraddittorio; quindi tutto quello che non è impossibile da pensare Hume lo definisce possibile, ma possibile metafisico.
Per comprendere meglio è sufficiente fare questo esempio, analizzando una affermazione di questo tipo:
Un asino può volare.
L'asino però può volare solo metafisicamente.
Dire "è impossibile che un asino voli" è sostenere semplicemente che gli asini non hanno mai volato e quindi non è esprimere una contraddizione, ma fare una affermazione che si basa sull'esperienza passata, nella quale gli asini non hanno mai volato. Dopo ciò, Hume passa ad analizzare come l'esperienza passata ci possa insegnare qualcosa sul futuro.
Tornando ad Adamo, egli, dopo aver visto la fine della partita, è in grado di prevedere quello che succederà ogni qual volta assisterà ad una partita di bocce: egli infatti le ha viste scontrarsi e successivamente allontanarsi l'una dall'altra. Sa dire quello che ha visto e quindi può prevedere il futuro, ma é possibile fare questo ragionamento solo se si presuppone che il passato è simile al futuro e quindi che la natura ha carattere di uniformità. Può Adamo dimostrare questo? No, non può, in quanto del futuro anche lui come tutti gli uomini non ha esperienza.
L'uniformità della natura è semplicemente una convinzione che sta alla base di qualsiasi uso dell'esperienza, per la quale non possiamo portare nessuna prova e l'intento di Hume è quello di spiegare il motivo per il quale abbiamo questa convinzione. Secondo lui, essa è basata semplicemente sull'abitudine; l'uomo fa fatica ad immaginare qualcosa di cui non ha esperienza e sempre, secondo lui, esiste una particolare forza nella previsione del futuro più banale: questa energia è l'origine dell'idea di necessità (la quale è un'idea inconsistente, è semplicemente una parola).
Per quanto riguarda la fatica che l'uomo fa ad immaginare qualcosa di diverso dall'abituale, Hume parla di scandalo dell'induzione; è un paradosso scettico, che esprime l'impossibilità di costruire su fondamenti assolutamente certi una conoscenza.
In questo consiste la problematica humeana per eccellenza: è l'argomento che mette al centro del suo pensiero anche per scandalizzare il suo lettore e sottolineare la novità del suo pensiero.
L'elemento che egli trova più paradossale è il fatto che in realtà è l'uomo che crea un ponte ideale fra passato e futuro e che non esiste autonomamente questo ponte.
In questa forma Hume, parlando dei fatti più banali, riesce a raggiungere la stranezza, la paradossalità. Bisogna poi chiedersi se, in termini cartesiani, l'ordine della scoperta sia identico a quello dell'esposizione. Credo che Hume non abbia scoperto per prima cosa che succedono delle cose stranissime in una cosa ovvia come guardare e prevedere un gioco di bocce; probabilmente c'erano già delle cose che si presentavano come strane e che ponevano dei problemi evidenti. In questo senso, si tende a dare importanza al fatto che proprio al tempo di questo filosofo nasceva il calcolo delle probabilità; ma è una cosa non certa e contestabile dire che Hume sia partito dal calcolo delle probabilità. A parte tutto, si avverte che nelle probabilità c'è qualcosa di strano e per comprendere questa anomalia basta fare un esempio e guardare al gioco del lotto: un numero che non esce da molto tempo si pensa abbia più probabilità di uscire; perché si pensa in questo modo dato che il gioco è regolato dal caso e non dalla volontà di qualcuno? Lo si pensa in base alle esperienze passate; e perché non si pensa che le esperienze passate non potrebbero essere state sufficienti? Semplicemente perché, come già detto prima, è più facile e logico per l'uomo creare un ponte fra passato e futuro basandosi sull'abitudine, ogni qual volta deve prendere una decisione. Comunque dipende dall'arbitrio di ciascuno se credere o no al calcolo delle probabilità.
Nel trattato esistono pure due sezioni successive intitolate: "La probabilità dei casi" e "La probabilità delle cause" che trattano della divisione dell'umana ragione.
La divisione classica espressa da Locke e appoggiata pure da altri filosofi è quella che prevede una ripartizione in due parti: la prima caratterizzata dalla conoscenza, cioè la reale scientia che proverrebbe dal confronto tra le idee; l'altra sarebbe costituita dalla probabilità, termine che verrebbe a comprendere tutti gli argomenti causali.
Per Hume questa scansione è leggermente diversa; egli infatti non riconosce due categorie, ma tre: la prima anch'egli la riconosce come conoscenza, dandole un significato molto vicino a quello attribuitole da Locke; ci sarebbero gli argomenti basati su prove, cioè su relazioni tra causa ed effetto, quindi argomenti accettabili come evidenti, e infine di argomenti basati su probabilità, caratterizzati da un'evidenza accompagnata ancora da incertezza.
Hume si concentra principalmente sulle probabilità, definendole come un ragionamento per congetture, diviso a sua volta in due parti: la prima che si fonda sulle cose e la seconda che si fonda sulle cause.
2: L'opinione di Hume sulle varie scienze.
"Se noi facciamo una revisione della nostra biblioteca per decidere quali libri bruciare, dobbiamo bruciare quelli che non contengono né ragionamenti astratti, né confronti tra idee, cioè geometria, algebra, aritmetica..."
Questa frase viene citata moltissime volte soprattutto da coloro che vogliono glorificare lo Hume "scientista", che diventa idolo dei positivisti, accaniti sostenitori del progresso in tutte le sue forme.
Dall'altra parte Hume sostiene pure: "La metafisica e la morale sono i rami più importanti della conoscenza; matematica e filosofia naturale non valgono nemmeno la metà".
Da qui si può vedere che per lui la parola "metafisica" può avere molti significati fino a quello di "scienza dell'uomo". Essa, infatti, secondo il suo schema, può portare molti vantaggi alla matematica, alla fisica, alla logica, alla morale, ma anche a campi differenti come quello economico o politico.
Non è strano che Hume si occupi anche di questi due ultimi ambiti; infatti è stato riconosciuto in passato soprattutto per la sua attività di storico ed economista; solo in seguito è stato riconosciuto anche come teorico della conoscenza.
Tornando alla scienza, egli se ne occupa solo relativamente alle certezze che dà.
Come abbiamo già visto, poi, attua delle innovazioni importanti sulla suddivisione della conoscenza fatta da Locke, portandola ad una ripartizione triadica nella quale l'elemento della probabilità, qui come altrove, viene a rafforzarsi.
La probabilità, infatti, può diventare soggettivamente certa come la vera conoscenza e queste due componenti vengono ad assomigliarsi a seguito del rafforzamento della prima e l'indebolimento della seconda.
Bisogna dire che Hume guarda alla scienza come un qualcosa fatto dall'uomo, non ritenendola, quindi, perfetta.
La tesi che la conoscenza umana si riferisce ai dati immediati dell’esperienza viene ripresa da Wittgenstein, riferendosi a Hume, chiarisce il senso delle conoscenze che non derivano dall’esperienza. Le conoscenze che non derivano dall’esperienza dice Wittgenstein sono indubbiamente le proposizioni vere della logica, ma queste proposizioni non affermano nulla intorno alla realtà. Un esempio ricorrente è la proposizione <<piove o non piove>> è sempre vera, ma non ci dà alcuna informazione meteorologica. Indipendentemente dall’esperienza, il pensiero può solo trasformare proposizioni in altre proposizioni che, per quanto diverse di forma, non contengono nulla che non sia già contenuto nelle prime. Il puro pensiero può cioè effettuare solo trasformazioni “tautologiche” , non può inferire l’esistenza di nuovi contenuti partendo da un certo stato della realtà, dunque non può dire, ad esempio, che se esiste il mondo deve esistere Dio, o che se esiste un certo evento, deve esisterne un altro. La conoscenza della realtà è cioè conoscenza della realtà empirica osservata nell’esperienza.
Ma a quest’ultima tesi diciamo che vi era già pervenuto l’empirismo tradizionale. Ma è a questo punto che Wittgenstein, formulando il “principio di verificazione”, si porta radicalmente oltre l’empirismo tradizionale e oltre il modo in cui esso effettua la sua critica alla metafisica. Ma cos’è la proposizione? Scrive “la proposizione è un’immagine della realtà” In sostanza, Wittgenstein rileva che una proposizione intorno alla realtà ha senso solo se esiste la possibilità di accertare se essa è vera o è falsa, cioè se essa è verificabile o è falsificabile dall’esperienza: se di una proposizione che intenda riferirsi alla realtà non si può e non si potrà mai stabilire se essa sia vera o falsa, questa è una proposizione solo in apparenza, cioè è costituita da parole che in altri contesti linguistici possono avere senso, ma che, collegate come sono in questa proposizione, non formano alcun senso. Scrive Wittgenstein “il fatto, per essere, immagine deve avere qualcosa in comune con il raffigurato” La possibilità di verificare o falsificare una proposizione che intende parlare della realtà non è allora qualcosa che si aggiunga al senso della proposizione, al senso cioè che essa possederebbe di per se stessa, il senso di tale proposizione consiste nella possibilità di verificarla o falsificarla, confrontandola con l’esperienza. Da questo ne viene che tutte le proposizioni metafisiche che intendono riferirsi ad una realtà non appartenente all’esperienza, non possono essere verificate o falsificate dall’esperienza e sono quindi completamente prive di senso. Questo non vuol dire che le tesi metafisiche siano false poiché solo le proposizioni fornite di senso possono essere false, le tesi metafisiche sono prive di senso.
3: Hume: scettico oppure no?
Credo che questa sia una domanda mal posta anche se viene presentata molto spesso.
Prima di tutto bisogna dire che Hume proclama sempre una cosa molto importante: è convinto che non si debba confrontare il modo di conoscere dell'uomo ad un modo di conoscere ipotetico perfetto, cosa che invece fa la maggior parte dei filosofi.
Da questo consegue il fatto che per lui la conoscenza è qualcosa che si verifica solo nella mente dell'uomo; ciò vuol dire che è qualcosa che si svolge solo nel tempo. Dice che c'è un tempo della certezza e c'è un tempo del dubbio.
Secondo Hume non è possibile trovare un momento intermedio tra questi due tempi.
E' stupido dire: "probabilmente domani il sole sorgerà"; bisogna invece dire "il sole sorgerà"; solo in seguito, ragionandoci sopra, si arriverà a dire: "domani il sole potrebbe anche non sorgere"; questi sono due momenti totalmente distinti.
Hume poi vede la definizione di scettico come negativa, quasi come un insulto, in quanto è convinto che i filosofi scettici non esistano, come non esiste nemmeno lo scetticismo in sé e per sé.
Egli lo configura come un momento fondamentale della filosofia, soprattutto per le sue sfumature che sono molto significative di fronte ad una ragione dogmatica; ma lo scetticismo non esiste indipendentemente da essa.
La filosofia si configura come una specializzazione della vita dell'uomo, e lo scetticismo, a sua volta costituisce una specializzazione della filosofia. Questa credo che sia l'unica risposta possibile ad una domando posta in questo modo.
Allo stesso modo si può affermare che anche Wittgenstein non è uno scettico, anche se in termini differenti, lo scetticismo è privo di senso, perché ci può essere dubbio solo se c’è domanda, e domanda solo se c’è risposta, ma lo scetticismo esclude precisamente ogni possibilità della risposta. Rendersi conto che nei nostri problemi vitali non c’è alcuna vera domanda, appunto questa è l’autentica risposta.
Nella seconda fase del suo pensiero Wittgenstein abbandona la tesi dalla “necessità” che tanto lo avvicinava a Hume introducendo nel rapporto mondo-linguaggio il carattere non necessario che aveva riconosciuto ai fatti del mondo. Ora se quel rapporto non è necessario, può assumere forme diverse; e sono possibili forme diverse di linguaggio che quel rapporto può assumere. Da questo punto di vista il linguaggio non può essere descritto una volta per tutte: nuovi tipi di linguaggio, nuovi “giochi linguistici” nascono continuamente mentre altri cadono in disuso e sono dimenticati. Il termine “giochi linguistici” è da Wittgenstein adoperato per sottolineare il fatto che il linguaggio è un’attività o una forma di vita.
Così il problema circa la verità non può porsi come tale, ma diviene il problema della certezza, cioè della convinzione circa la verità di una proposizione.
“Ma la mia immagine del mondo non ce l'ho perché ho convinto me stesso della sua correttezza, e neanche perché sono convinto della sua correttezza. È lo sfondo che mi è stato tramandato, sul quale distinguo tra vero e falso.”
Le proposizioni che assumiamo come certe non sono "vere", perché la verità stessa, così come il dubbio, possono essere stabiliti e formulati solo a partire da tali proposizioni, che costituiscono il punto di riferimento per i nostri giudizi e, in un certo modo, la base non controllabile delle nostre procedure di controllo. Sono proposizioni che funzionano, per così dire, a priori, nel senso che vengono prima dell'esperienza e anzi l'esperienza stessa è possibile soltanto presupponendole; ma si differenziano ovviamente dagli a priori kantiani perché possono mutare e in effetti mutano, seppure nel lungo periodo. Non sono degli a priori in senso kantiano anche perché derivano dal processo educativo, inteso tuttavia in senso lato, o, come si potrebbe meglio dire, dal processo di inculturazione, mediante il quale ognuno interiorizza il modo di vedere e di organizzare la realtà proprio della cultura in cui si forma. Ciò che viene assunto come certezza è un insieme di conoscenze con uno statuto speciale, che non funziona come acquisizione di un sapere relativo al mondo, ma come presupposto per sapere e per conoscere il mondo.
“In generale quello che trovo (per esempio) nei manuali di geografia, lo ritengo vero. Perché? Dico: Tutti questi fatti sono stati confermati centinaia di volte. Ma come faccio a saperlo? Quali prove ne ho? Ho un'immagine del mondo. È vera o è falsa? Prima di tutto, è il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire. Le proposizioni che la descrivono non sono tutte egualmente sottoposte a controllo.”
“Il controllare non ha un termine?”
e probabilmente ciò che conta nella vita umana è proprio ciò di cui dobbiamo tacere, del resto in una annotazione privata del 1931, Wittgenstein scriveva:
“L’inesprimibile costituisce forse lo sfondo sul quale ciò che ho potuto esprimere acquista significato”